Panico nel paese delle meraviglie.

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Tanti anni fa, in un pianeta molto lontano, ma anche molto simile al nostro, viveva un popolo alieno dalle mille capacità ma ossessionato dalla futilità dei vizi: si viveva anni infiniti e si cercavano modi per poterne vivere altri a scapito dell’etica. Si andava veloci, talmente veloci, rincorrendo la realizzazione personale ed economica, tanto da dimenticare la tristezza della solitudine.


I fiori e la natura erano ologrammi, perché lo sfruttamento del pianeta per la realizzazione di tecnologie di dubbia utilità aveva portato i colori a estinguersi, i valori erano diventati parole e il passato favole, eppure quegli alieni avevano faticato tanto per arrivare alla libertà, erano così speciali, da esserselo dimenticato forse.

Nell’anno senza numero, mentre i nostri amici correvano verso il punto di non ritorno, arrivò un nuovo ibrido nel pianeta senza nome, un ibrido che all’apparenza innocuo, scaltro e subdolo, si insediò nelle vite degli alieni, causando il panico.
 Come un sicario, cominciò a uccidere le loro convinzioni, ad annientare quegli obiettivi di progresso disalieno di cui tanto si vantavano.

Cominciarono a morire soli, a chiudersi nei bunker, a ritrovarsi faccia a faccia con le proprie coscienze e per molti non era affatto divertente. 
Un nonno, un padre e un bambino, durante il periodo del caos, guardavano dalla finestra il pianeta che tanto disprezzavano cadere in ginocchio, perché alla fine tutti in quel pezzo di terra, avevano almeno una volta venduto quella briciola di anima per progettare qualcosa di meglio, non accontentandosi e non vivendo il carpe diem.

Il nonno passava le ore pensando ai sacrifici di una vita, si domandava se il prezzo da pagare per aver dato un futuro al figlio fosse equo: la possibilità di dover morire solo, trattato come un numero fastidioso, incapace di una propria autonomia, abbandonato nelle mani di quelli a cui ha lasciato l’eredità di una vita.
Pensava ai suoi compagni morti per dare la libertà ai figli, quei figli sempre in competizione tra loro pur di avere un seguito di applausi, i figli che avevano dimenticato i valori. Ora quel “povero vecchio”, spettatore dall’ultima fila, è pronto all’ennesimo sacrificio: la propria morte in cambio di una vita qualche anno più giovane, pagando ancora una volta per gli errori dei figli, che dopo aver commesso l’ennesima marachella, piangono e chiedono scusa.

Il padre, terrorizzato nel vedere i suoi successi sgretolarsi in polvere, si era ritrovato faccia a faccia con la materia prima della sua carriera: la presa di coscienza del limite.
Capiva che l’immortalità è solo un’ utopia, che la solitudine è una brutta compagna, che il prezzo da pagare per aver oltrepassato l’etica e la moralità era troppo alto.
Caste e scalatori di piramidi sociali emersero dalle paludi, ricordando al padre il peso della classe sociale che occupa.
Vide i fiori crescere e morire quelli che li coltivavano, spacciatori seminare odio e paura per un minuto di attenzione. Si accorse del valore della libertà e di quanto è facile sfruttarla per fare del male, l’insoddisfazione e la rabbia di un pianeta dove ogni capriccio era diventato un diritto degno di essere soddisfatto, nonostante un’adeguata giustificazione. E quello perdeva la testa e cercava un modo per sopravvivere.


Il bambino, ancora troppo ingenuo per vedere il brutto che è in ogni cosa, continuava la sua vita, sorridendo perché mamma e papà per la prima volta erano a casa insieme, perché il caldo arrivava in estate e la neve cadeva in inverno.
Gli mancavano gli amici, ma confidava nel poterli rivedere entusiasta nel poter poi raccontare le sue avventure; gli mancava il nonno, ma un bambino infondo che ne sa della morte? 
Gli mancava la scuola che odiava, il sapore dei dolci.
 Era arrivato a detestare i videogiochi e i vicini di casa che urlavano e piangevano ogni giorno senza mai scambiarsi un sorriso. 
Pregava la speranza, e non il Dio Denaro, di vedere presto un sorriso in più, una parola di conforto, di tornare a salvare il pianeta, perché i supereroi non ci erano riusciti.

Nessuno sa come si concluse quella guerra, c’è chi dice che ancora dura, c’è chi l’ha dimenticata, chi da quella guerra non imparò nulla e continuò a prendere le decisioni di sempre, ma una cosa è sicura: 
il nonno, il passato, morì lasciando un libro di storie che qualcuno si è messo a cercare in preda alla voglia di imparare dalla storia; 
il padre, il presente, sta sull’orlo del baratro confidando nell’aver preso la decisione giusta giorno per giorno;
il bambino, il futuro, continua a pregare la speranza e sorridere per le cose belle, sognando di diventare da grande il supereroe che quel pianeta è riuscito a salvarlo.

di Cristina Liotta

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